Pianosa, 20 luglio 2005
Una visita all’isola d’Elba non è degna di questo nome se non si compie una gita a Pianosa. Forse siamo delle innocenti vittime dei documentari televisivi che raccontano di un posto meraviglioso. In effetti…
Salpiamo con una delle motobarche più veloci che esistano in Italia. Tanto meglio, in un’ora saremo a destinazione. Pianosa era un’isola-carcere e per questo motivo ha mantenuto praticamente intatto il suo habitat, soprattutto per ciò che concerne il mare. La nostra guida, inevitabile perché è vietato visitare l’isola altrimenti, ci spiega fin da subito che ci troviamo su un’isola su cui è vietato quasi tutto, tranne appunto le visite guidate e il bagno nell’incantevole Cala Giovanna. Oltre a sentirci dei pacchi paganti, come avviene di solito in queste gite di gruppo, siamo anche un po’ prigionieri su questa piccola isola, di lusso, s’intende. Anche se dei veri carcerati ne incontreremo al ristorante da loro gestito e non saranno i nostri incontri peggiori, come vedremo fra poco.
Il paesino fantasma somiglia a quei borghi abbandonati del Far West. I manufatti sono di uno stile che a definire eclettico è dire poco. Sono fatiscenti quando non cadono a pezzi; resiste soltanto il muro di cinta del carcere, costruito in solidissimo in cemento. Le celle sono ormai vuote, tutte le costruzioni sono pericolanti, le coltivazioni sono abbandonate, i muri a secco tornano a essere sassi. Dopo il disboscamento dei lecci operato nei secoli scorsi per far spazio all’agricoltura, restano solo stoppie riarse ed erbacce a cui si sostituisce del sottobosco di tipo mediterraneo. Pianosa prosegue in peggio la generale trasandatezza che trasmettono alcune costruzioni elbane, alcune non restaurate, altre spuntate abusivamente per essere godute alla faccia della natura selvaggia delle coste. Il nome dell’isoletta deriva dal latino Planasia, che sta a indicare che si tratta appunto di un’isola decisamente pianeggiante, piatta direi. Non esiste alcun rilievo al di sopra dei pochi metri sul livello del mare, al contrario dell’Elba e del suo svettante Capanne. Come pure è differente la sua genesi e la composizione del suolo, nato di millenari accumuli di depositi marini. Un tuffo con maschera e pinne ci fa godere i pregi della candida composizione dei fondali di Cala Giovanna. Iniziamo a pinneggiare vicino agli scogli, visto che è proprio in questa zona che dovrebbero trovarsi i pesci: siamo effettivamente in un acquario mediterraneo, mai visto altrove. Cernie, saraghi ben pasciuti, alcuni notevoli, ci fanno compagnia insieme a coloratissimi pesciolini che somigliano all’esotico pesce pappagallo. Basta scavare col dito sulla vegetazione degli scogli per vederli affannati alla ricerca del cibo tra la sospensione. Piccole praterie di Poseidonie anneriscono il fondale sabbioso d’un bianco intenso, luminosissimo, esotico. Ammirare un mar Tirreno dalle tonalità “maldiviane” fa un certo effetto, visto che a uno spettacolo del genere non siamo proprio abituati nelle nostre massacrate coste. La pineta alle spalle dell’azzurrissimo mare è senz’altro il posto più paradisiaco dell’isola: ombra rinfrescata dalla costante brezza marina, vegetazione mediterranea profumatissima, già tanto odorosa in piena estate, chissà quanto in primavera.
Scegliamo di effettuare il giro in minibus nella parte più selvaggia di Pianosa, nel “manico” della padella, pittoresca ma efficace immagine con cui la guida ci illustra la forma dell’isola. Ci spiega che tutto il personale del ristorante vicino alla pineta proviene dal carcere di Porto Azzurro in qualità di detenuti o ex tali. Ex reclusi che si ritrovano a lavorare in un ex carcere: scherzo del fato o nemesi storica?
Frattanto, il piccolo autobus percorre una strada asfaltata che entra in una piazzetta racchiusa fra delle alte mura. A sinistra una chiesetta edificata nel 1943 dal soffitto parzialmente crollato; a destra un edificio che ospita la mostra fotografica sui paesaggi isolani ripresi attraverso gli anni. Passata una porta della cinta muraria in cemento armato, l’asfalto cede il posto alla terra battuta. La stradina è protetta da muretti a secco non sempre integri, come già detto. Strano a dirsi, è più facile ammirare gli animali selvatici di questa parte dell’isola a bordo del mezzo dove noi essere umani, spaventosi per la selvaggina, restiamo nascosti, mimetizzati ai loro occhi. Ecco un uccellino multicolore, deve essere un gruccione. Poi un fagiano, due fagiane (pardon!), un lungo serpentello, il biacco, che scappa via ondeggiando, lui sì impaurito dal fragore del mezzo. Certo che c’è da sentirci degli alieni che esplorano un mondo a loro sconosciuto, noi sull’autobus con i vetri oscurati e l’aria condizionata con la natura selvaggia che scorre sui finestrini a luce polarizzata come in un film di un cinema multisala. Ci viene concessa qualche sosta e durante una di queste una sudatissima signora, tanto cicciona quanto petulante, chiede insistentemente alla nostra guida il permesso di un bagno in un’incantevole baia naturale situata nella parte nord-occidentale dell’isola. Come darle torto, il posto è bellissimo e probabilmente resterà tale se nessun umano si tufferà in queste acque intatte, tantomeno le sudatissime turiste-matrone. Durante la una sosta in un punto panoramico ammiriamo la ricca flora mediterranea, limitata nell’assortimento dal suolo alcalino, dai venti talora impetuosi e dall’isolamento del luogo. Ciononostante, vi cresce un rigoglioso rosmarino profumato di salsedine, un ginepro marino, un’infinità di cardi e di camomilla, oltre a varie piantine aromatiche, tra cui l’alisso odoroso. Nel frattempo un’imbarcazione da diporto si avvicina troppo alla costa e una motovedetta, sbucata dal nulla, le si affianca. Capiremo dopo qualche giorno il motivo di tanta sorveglianza piuttosto militare che ecologica… Superiamo degli edifici, le cisterne d’acqua e di carburante e altre costruzione di vario utilizzo, tutte malandate, direi cadenti.
C’è qualcosa di malinconico in Pianosa: non è propriamente un’isola militarizzata né un borgo pittoresco, ma una sorta di eclettico paesino fantasma con un insediamento maggiore e altri minori sparsi verso settentrione. L’ex carcere è un’enclave dallo stile più omogeneo e grigio.
Non si capisce quale sarà il destino dei manufatti. Fra qualche anno, pochi, crolleranno: vale la pena ristrutturarli per ampliare l’offerta turistica? O sarebbe meglio lasciar inselvatichire l’isola per conservare integralmente il parco marino? Bel dilemma. Le catacombe, le più estese tra quelle a nord di Roma, sono accessibili perché non hanno praticamente bisogno di manutenzione. Che cosa accadrà ai resti d’epoca romana? Alle altre costruzioni? Al variopinto borgo? Le case si sgretolano indifese dal bombardamento del tempo e degli implacabili agenti atmosferici. Si conserva ciò che il mare custodisce, si lasciano in rovina le opere dell’uomo, tranne le barchine siluranti telecomandate che fanno bella mostra di sé nella piazzetta del paese, sotto il vigile occhio di soldati americani (e che ci fanno qui?). Giocattoloni gialli, come scopriremo nei giorni successivi dai quotidiani, che servono ufficialmente a studiare le poseidonie, ma che sappiamo benissimo essere testati per silurare da migliaia di metri di profondità. Ecco perché le motovedette della Capitaneria sono così solerti intorno all’isola, vicino alla quale si è “incagliata” una nave da guerra statunitense! Le “alghe” non possono permettere di essere spiate dai curiosi, alla faccia del Parco regionale...
Un ultimo bagno nel candido fondale delle incantevoli acque pianosine e poi si riparte. I turisti vengono impacchettati e imbarcati alla volta dell’Elba. Meno cinicamente del solito stavolta ci siamo sentiti meno turisti e più visitatori. Forse perché quelli tra i più petulanti sono stanchi e ora sonnecchiano dondolati dal maestrale. L’isola si perde nella caligine del tramonto, soltanto la scia della barca ci collega ancora con lei. Addio, Planasia, bella e selvaggia.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento